The Taste of Youth

La vita è una metafora. Solo guardando alle piccole cose possiamo fugacemente comprendere quelle grandi.

Da bambino andavo pazzo per i Gran Cereale con l’uvetta. E già questa si sarebbe rivelata una linea di demarcazione insanabile tra me e gli altri miei coetanei perché dei miei amici non ne conosco uno, adesso, a cui piaccia l’uvetta. Ma fa niente, a me piacevano una cifra, del tipo che nel tazzone di caffellatte ce ne mettevo almeno una decina ogni mattina, e con una regolarità e una costanza assurdamente fuori dai miei standard.

A occhio e croce, circa cinque mattine la settimana, dai sei ai ventidue anni, ho mangiato Gran Cereale all’uvetta.

Avete presente cosa intendo. Quelle cose che fanno parte della nostra quotidianità in modo così discreto e costante che diventano parte di uno strato di ricordi più ampio, si amalgamano, si mescolano al sapore del primo e pochissimo caffè da bambino, al duro della tazza sulle labbra che riconoscono ogni sbreccatura del coccio, alla sigla della radio che passa, a quella tiepida sonnolenza delle sette e mezza, prima di essere calato nella scuola. E’ un momento così speculare alla sera, eppure diametralmente opposto.  Pervaso da questa fretta e senso di imminente avvento della giornata.

Nessuna di queste cose è mai veramente cambiata. Si sono adattate lentamente e sinuosamente al presente, giorno per giorno. La tazza ha delle venature in più, il caffè è sempre meno diluito, il latte fa venire in genere una sciolta istantanea.

Ma i Gran Cereale, loro erano immutabili come il sole e la luna. In un immaginario phanteon della alimentazione di Giordano sarebbero praticamente una Artemide, o un Efesto. Insomma, gente che non corre al livello del tiramisù o della pasta coi piselli, ma insegue con dignità e coraggio.

E poi il sapore, dio mio, si sgretolavano in quel modo, lasciando i tocchi di uvetta che si schiacciavano e gustavano uno ad uno, con la loro consistenza tiepidamente ammorbidita dal succo di mucca.

Avevano quel tipico sapore di estate 1999, che è alla base di quasi tutte le mie riflessione (e quindi di questo blog).

 

Di recente mia madre, nella sua vorticosa e disperata caduta verso la paranoia senile, ha deciso che tutto fa male tranne quello che gli vende il contadino sotto casa. Non è un problema, dato che io personalmente sono in grado di sopravvivere per giorni nutrendomi di cereali, e la scomparsa di cose come zucchero bianco, pane non integrale, salse, snack di qualsiasi tipo e origine ha creato dei disagi, ma nulla più.

Fino al giorno in cui sono arrivati Loro.

Ho adesso qui con me la scatola. La sto guardando con dolore e sconforto, non con disperazione o rabbia. La marca credo si chiami Vivi Verde, ma sotto, un po mimetizzato, si vede il marchio della Coop.

Mia madre mi ha assicurato, spergiurato e garantito che hanno lo stesso sapore, la differenza è solo che i Gran Cereale sono fatti con l’olio di palma, che fa male, ma il sapore, oh, il sapore di estate, di sabbia nel costume e di scarpe da ginnastica nelle pozzanghere, quello è uguale, assolutamente uguale.

Ne sono magicamente comparsi almeno quattro pacchi, negli ultimi mesi i Gran Cereale potevano mancare per settimane prima di ricomparire sotto forma di una, preziosissima confezione.

Adesso, nemmeno più quella.

Li ho assaggiati.

Non hanno lo stesso sapore.

Ho pianto.

FAMCOM

Il termine DEFCON (acronimo per indicare la locuzione della inglese DEFense readiness CONdition), indica la descrizione dello stato di allarme utilizzata dalle forze armate degli Stati Uniti d’America. (Wikipedia)

Analizzeremo oggi i livelli di allarme che il sottoscritto applica in caso di lite familiare. Si tratta di precauzioni e contromisure che vengono applicate quotidianamente, ai bassi livelli, e una conoscenza dei casi più estremi è necessaria e educativa.

FAMCON 5

Allarme Blu (nessun rischio), nessuna lite in corso. E’ il livello standard in cui opera la Famiglia.

FAMCON 4

Allarme Verde (rischio generale), nessuna lite in corso. Misure di sicurezza attivate, valutazione degli equilibri e delle possibili interpretazioni. In caso, attivazione dei Protocolli di Disinnesco.

FAMCON 3

Allarme Giallo (rischio elevato), lite in corso. Tutta la concentrazione deve essere convogliata nella situazione attuale, chiudendo i canali del Sogno ad Occhi Aperti, dei Bisogni Fisiologici e delle Conseguenze Future. Generalmente, a questo livello si compie la scelta critica di schierarsi o ritirarsi dalla lite. In caso di schieramento (o di impossibilità di ritirata), la Commissione per l’Onestà Personale e il Senso della Giustizia (COPSGi), detterà le linee guida del litigio, con conseguente intervento operativo.

FAMCON 2

Allarme Rosso (rischio molto elevato), lite in corso. Ogni canale superfluo deve essere temporaneamente estinto. Il coinvolgimento diretto nella lite è inevitabile. Il COPSGi viene affiancato dallo speciale Organo per l’Autoconservazione (OAC), insieme le due commissioni valuteranno se l’operatività dovrà essere difensiva, contenitiva o risolutiva. Una volta analizzata e decisa la linea operativa, si potrà disattivare anche l’ultimo sistema di sicurezza, L’Impulso alla Tranquillità, dando quindi il via libera ad azioni fisicamente, verbalmente e psicologicamente aggressive, determinate e prive di compromessi. NOTA: la repressione dell’Impulso alla Tranquillità è una operazione deleteria e pericolosa per la mente e la salute del soggetto, è pertanto vitale mantenersi a FAMCON 2 per il minor tempo possibile.

FAMCON 1

Allarme Bianco (controllo compromesso), lite in corso. Tutte le funzioni secondarie e l’ Impulso alla Tranquillità devono essere interrotte. L’ordine prioritario è di salvaguardare la sicurezza del soggetto. L’ordine standard è la ritirata fisica e immediata dagli elementi pericolosi, sia che si tratti di pericolo fisico, che di pericolo emotivo o psicologico.

Storicamente, il livello FAMCON 1 non è mai stato raggiunto, si tratta per tanto di una linea guida prettamente teorica, in quanto le reazioni del soggetto e degli elementi della Famiglia sono sconosciute e imprevedibili.

FAMCON 4 viene raggiunto quotidianamente, e rapidamente scongiurato.

FAMCON 3 viene raggiunto mediamente una volta a settimana, e generalmente si consuma in modo violento, ma stabile e lineare.

FAMCON 2 viene raggiunto raramente, una volta ogni molti mesi, e le sue conseguenze e sfumature sono ancora poco prevedibili.

La Sinfonia del Rimorchio

Il ragazzo e la ragazza siedono vicini, sull’autobus.

Vettura semivuota, tardo pomeriggio, sole caldo e basso sull’orizzonte. Lui, sulla ventina, capelli neri mediamente lunghi, felpa jeans, sorriso dolce. Lei, poco più giovane, bassa, capelli corti e castani, occhiali, guarda fuori dal finestrino rilassata. Lui non gli dispiace, ma non è sicura delle sue mosse. Si sente poco al centro dell’attenzione. Insomma, vorrebbe che lui ci provasse in modo più definito. Lui la guarda saltuariamente, gira ogni tanto la musica dalle cuffie che dividono, una ciascuno.

Passa sul marciapiede un uomo brutto. L’occasione che lei aspettava per saggiare il terreno.

“Io non capisco proprio come fanno certi uomini a rimorchiare”

“Come fanno in che senso?”

“Con che coraggio, dico. Insomma, se sei brutto, amen, ma anche se non lo sei, mica puoi fare le cose a caso, devi saperlo fare”

“Mh, immagino di si.” risponde lui con tono conclusivo, e si reimmerge nel brano affossando questa prima, non massiccia provocazione di lei.

Lei lo guarda ora, non ha intenzione di farsi fermare così.

“Ci saranno sicuramente certe tattiche migliori e altre da evitare, non pensi?”

“Beh si, alla fine si tratta di parlare un po e conoscersi…”

“TU cosa fai di preciso? Sei bravo a rimorchiare?”

Lui finalmente si gira. “In che senso cosa faccio? Se ci sono delle tecniche particolari che uso?”

“Già. Se ne conosci qualcuna a colpo sicuro”

Ora è completamente rivolto verso di lei, con un sorriso divertito che si allarga. Anche lei sorride, come una bambina sorpresa a rubare pan di stelle. Prende un respiro, e colpisce.

“Beh, a colpo sicuro c’è Lo Sguardo.”

“Lo sguardo?”

“Lo Sguardo. Gli fa un occhiata particolare… e cadono ai tuoi piedi. Dirette.” dice lui, continuando a sorridere.

“Ah. Così, secche? E in cosa consisterebbe questo sguardo?”

“Beh, ogni uomo ha il suo, ce ne sono varianti, non si può definire precisamente. Ma è solo una tecnica, sia chiaro. Molto efficace è anche il finto disinteresse” dice appoggiando la testa sullo schienale del sedile davanti, e fissando sovrappensiero il semaforo rosso li fuori. “Poi” dice tornando a guardarla “funziona anche l’improvviso cambio di tono, passare da un goliardico condiviso, a un romanticismo complice. Quello è spesso un ottima anticamera per un bacio. Altra tattica è la conoscenza utile sfoderata al momento giusto, la complicità sottintesa, quella che ti fa dire le cose senza spiegarle..mmh, che non è quel che sto facendo ora con te, accidenti” continua sorridendogli fintamente imbarazzato.

“Anche l’autoironia aiuta. E poi, il sempreverde complimento. Molte ragazze, anche bellissime, sono insicure, ricordargli che per te sono bellissime è un hit a colpo sicuro. Anche se con quelle a cui tieni davvero sarebbe meglio non dirlo spesso, se tieni loro davvero, lo sanno e lo dimostri con i fatti” conclude tranquillamente, guardandola ora fissa negli occhi con un sorriso stanco ma soddisfatto e gentile.

Lei è praticamente pietrificata sul posto da trenta secondi abbondanti. “Hai appena sfoderato l’arsenale completo del rimorchio! Cazzo se sei bravo!”

Lui fa il modesto, ma solo per un attimo “Beh si, sai cosa manca per renderlo perfetto? La citazione. E’ stato un buon attacco massiccio…always wondered why people never use their strongest attack first.”

“Oooooh, Undertale!” lei strabilia, con le mani al petto. Guarda lui fisso, tutto il mondo è sparito attorno a lei. Le cuffie sono cadute, non si preoccupa di rimetterle a posto. Lui si fa sempre più vicino. Ha mantenuto uno Sguardo sorridente e affabile per tutto il discorso.

Bacio.

Sipario.

La Sinfonia del Rimorchio: spiegazione

Lo Sguardo: consiste in una espressione, personale per ogni maschio, che esprime al livello inconscio il piacere che si prova ad avere un rapporto sociale con il bersaglio. E’ considerato efficace per via del largo utilizzo, ma è sostanzialmente un riscaldamento.

Finto Disinteresse: e’ una tecnica poco corretta ma largamente efficace, Consiste nel provocare una sua reazione fingendo di non considerarla il miglior oggetto di interesse nel contesto. Gioca sull’orgoglio, e richiede una situazione già più che intermedia nel duello. Usata per consolidare il vantaggio e al contempo dare l’iniziativa. In casi estremi, si può usare anche per saggiare la ritirata.

Cambio di Tono: consiste in un repentino avvicinamento psicologico, in una restrizione della situazione e all’obbligo da parte del bersaglio di confrontarsi intimamente e onestamente. E’ generalmente un all in, e in quanto tale va usato con molta attenzione. Tuttavia da solo raramente è una chiusura (a parte in casi molto facili), semplicemente, assicura che le seguenti tecniche siano sensibilmente più recepite dal bersaglio.

Conoscenza Utile al Momento Giusto: consiste nel mostrarsi competenti in un determinato campo che richiede immediato supporto. E’ una tecnica di rinforzo, situazionale, e difficile da padroneggiare. Necessita infatti che l’argomento sia introdotto da terze parti (o dal bersaglio stesso), o si rischia di apparire sbruffoni e presuntuosi.

Complicità Sottintesa: consiste nello sfoggiare la conoscenza dei gusti e le inclinazioni del bersaglio, anticipando quindi le sue azioni. Tecnica di rinforzo, da usare solo a colpo sicuro, o quando si è oramai prossimi alla chiusura.

Finto Errore:   spinge il bersaglio a sottovalutare, e al contempo a empatizzare con il maschio. E’ la pratica d’emergenza, da usare esclusivamente quando le cose stanno andando bene, ma senza effetti devastanti. Apre le difese, consentendo quindi di concatenare successivi assalti.

Autoironia: consiste nello stringere una profonda empatia con il bersaglio ponendosi allo stesso livello dinanzi allo scherzo e alla critica. Si tende a essere visti dal bersaglio come un alleato, in quanto accomunati dall’ironia ricevuta. Funziona molto bene se si è soliti prendere giocosamente in giro il bersaglio. E’ una tecnica con pochissimi rischi, ma non definitiva.

Complimento Diretto: consiste nello specificare la possessione di un primato (generalmente di tipo estetico), da parte del bersaglio. Mette il bersaglio in una posizione privilegiata, escludendo ogni possibile alternativa per il maschio. E’ una tecnica sempre efficace (tranne in caso di gravi compromissioni antecedenti), ed è anche estremamente versatile, dato che è valida come apripista, rinforzo e chiusura. E’ superefficace.

Contro Complimento Diretto Complice: consiste nel negare il complimento dandolo per scontato, senza però apparire superficiali e supponenti. Tecnica avanzata, estremamente difficile da realizzare con successo, mediamente efficace e di rinforzo. E’ sostanzialmente un virtuosismo.

La Citazione: consiste nel richiamare nel contesto un elemento condiviso dalle due parti, provocando empatia. Con la dovuta maestria, permette di riportare alla memoria del bersaglio un bel ricordo, che da quel momento assocerà al maschio. Tecnica di rinforzo, molto efficace e con scarse possibilità di errore.

Il sogno del cavaliere

Quando ero bambino amavo i cavalieri.

Uno dei primi libri che ricordo, era proprio “I cavalieri della tavola rotonda”. E’ qui accanto a me, adesso, della Dami Editore, edizione 1990. Non era affatto per bambini, mostrava disegni realistici, con veri duelli, veri amori, veri tradimenti. E così, la figura del cavaliere eroico e senza paura, retto e giusto, si è fatta strada nella mia fantasia. Certo, il mondo moderno era diverso, ma gli ideali cavallereschi potevano ancora vivere, secondo me.

Mi sentivo pervaso da una energia antica e rigenerante. Nessun duello era spaventoso per me, e drago troppo possente.

E di draghi e duelli ne affrontai. Mi sentivo in effetti smarrito nella selva oscura, con la mia penna come spada, e il mio sarcasmo come scudo. Affrontai i ricatti degli adulti, i tradimenti dei bambini, sempre a testa alta, confidando senza requie che il mio ideale era la giustizia, e avrebbe rivelato infine, la sua verità.

Ho perso, ho sempre inevitabilmente perso. Forse ero uno stupido bambino, forse i cavalieri sono stupidi tutti loro, ma ogni volta che mi trovato a dover trattare con qualcuno, sentivo il mio onore compromesso. Cosa mi sentivo dire? Frasi banali, sciocche, quotidiane. “Rimetti a posto la camera sennò non ti do la Playstation”, “Finisci i compiti sennò non guardi i cartoni”, “Stai zitto e dammi del lei sennò ti metto una nota”. E ogni volta pensavo, cosa farebbe Ser Galvano in questa situazione? Come risponderebbe Lancillotto del Lago, o lo stesso Re Artù a queste condizioni?

Non so più cosa pensare. Forse i miei ideali erano corrotti fin dall’inizio, e li ho sempre e solo usati per ripararmi dalle responsabilità. O forse ero davvero messo davanti a ricatti troppo grandi.

Sta di fatto che non li ho mai accettati. Ho sempre raccolto ogni sfida, forzato ogni ricatto, rifiutato ogni compromesso. Ero così SICURO della mia giustizia, una sicurezza limpida e indistruttibile come un diamante.

E adesso mi guardo addosso. Ragazze tradite. Amici ingannati. Anni interi costruiti su menzogne.

Come sono giunto a questo? Quando il cavaliere dentro di me è decaduto, e ha abbracciato il Lato Oscuro?

Di chi è la colpa? Contro chi ho combattuto per tutta la mia infanzia, contro il male del mondo o contro me stesso? A chi davo uno schiaffo ogni volta che non accettavo i compromessi, ai malvagi, o al mio futuro?

Non so più cosa pensare. Ho perso tutto. Il mio presente, con la vergogna che mi sento addosso per le mie azioni di adesso, il mio passato, con la perdita oramai appurata di quella sicurezza in me che avevo, e il mio futuro, trovandomi intrappolato in un sogno diventato incubo, in cui non mi sottopongo ai ricatti, solo per trovarmi in guerra contro tutto e tutti, destinato a perdere, destinato a non ritirarmi mai.

A mente fredda e cuore caldo

Romics. Ipocrita cornice per lo show del disagio. Dai cosplay fallimentari, ai curiosi a caccia di figa, il grande vortice di colori, lardo e carta trascina tutti una (due!) volte l’anno. Ed io ero li, inevitabilmente li. Oppresso dall’agorafobia, annientato dall’orrore esistenziale e dal desiderio di un divano, una birra, un telefono carico, una cosplayer consenziente.

Avevo già avvertito il prode Luca, mio compagno di calvario, che dopo sei anni, non tutte le mie conoscenze mi avrebbero accolto a braccia aperte. Avrei dovuto incontrare qualcuno che non mi stava proprio simpatico. Ma ero ottimista. La fiera è grande, magari si farà finta di non essersi notati come le persone civili.

Questo pensavo dopo quindici minuti scarsi dall’ingresso, mentre venivo apostrofato con un “aoh, si parla del diavolo e guarda chi spunta”. Frase dalla quale deduciamo che sono sempre nei pensieri della gente, che cosa romantica. Il ciccione che mi aveva appena chiamato a se in modo falsamente cordiale risponde al nome di Francesco Crescenzi.

E’ lui l’inequivocabile carogna che più di un anno fa mi ha preso a ceffoni davanti ai miei più cari amici. Amici dei quali lui faceva parte. Anzi, era uno di quelli che stimavo di più.

Preambolo a parte, oramai era fatta. Aveva deciso di umiliarsi ancora. Ho camminato allegro e nervoso verso di lui, e lo ho salutato come si conviene.

“Ciao, Verme!”

La mascella gli si serra un po’. Mi immaginava meno baldanzoso. Però non cede, sfoggia la sua frase di apertura: “Ho sentito che volevi parlare, eccomi allora, parliamo”. Mi domando quante volte abbia provato la scena davanti allo specchio. Era molto coreografica, con tanto di apertura di braccia alla Giantdad e sorriso da “rido perché mo te spacco”.

“Ma veramente quello che mi ha bloccato su Facebook  mentre gli stavo parlando sei tu. Comunque te lo posso dire pure in faccia, come te lo dissi al tempo: mi fai una grande pena”

Questo se lo aspettava. Non è importante nella sua testa che si sia appena inforcato l’autogol da solo, dichiarando che IO voglio parlare mentre LUI per un anno è scappato con la coda tra le gambe ai miei tentativi di dialogo (era la coda?). L’importante è che ha fatto la scena coatta davanti a tutti.

Sordo alla mia argomentazione, parte dunque con l’affondo finale, la frasona dopo la quale dovrebbe allontanarsi con le esplosioni sullo sfondo e una schitarrata distorta.

“Se ti sento ancora parlare così… IO TI AMMAZZO”

Dopo questa sono rimasto cinque secondi a guardarlo. Giuro, è stato uno dei momenti più confusi della mia giovane vita. In quei pochi attimi, centinaia di possibilità proliferavano nella mia mente. Era un continuo sliding doors, ogni alternativa ne apriva un’altra, ed erano tutte meravigliose.

Io gli sputo in faccia e lui mi manda all’ospedale, gli facciamo causa e mi pago l’università con i suoi soldi.

Io lo guardo negli occhi finché non ci si seccano le pupille. La chiusura della Fiera ci trova ancora li. Ci mettono nella differenziata.

Io gli dico “No, che poi tua mamma non si scopa da sola”  E CORRO COME IL VENTO

Io che sto stoicamente in silenzio mentre lui si allontana, forte della verità che arde nel mio cuore.

Lui che dice “Pesce d’aprile! Era tutto un test per farti diventare un vero Imperiale!”

Io che gli dico “Viecce”, lui non ci viene e abbozza.

Io che gli dico “Viecce”, lui ci viene e ospedale, università pagata, eccetera.

Era incredibile come le idee continuassero a fuoriuscirmi dalla testa, avrei voluto rivivere mille volte quei secondi per provare ogni singola possibilità.

E poi… niente. Gli ho detto la verità, solo e soltanto la verità. Che tutte le sue parole non cambiano nulla. Che non ha mai cambiato nulla, a parole. L’unico cambiamento che ha fatto lo ha fatto con tre ceffoni. Non con le parole.

“Mi fai veramente, veramente pena”

Io non ho bisogno di minacciare. E lui lo sa. La conclusione scivola nel comico. Volendo a tutti i costi mettermi una mano addosso (profondo segno di disprezzo e affronto, hurr durr), mi da una spintarella e dice “e adesso vattene via”. E poi se ne va lui. Quest’ultima scena mi ha spiazzato un po’, ma ho attribuito il complesso scambio di soggetti al caldo e ai pochi capelli che ha a proteggerlo dal sole.

Sono un anno e due mesi che è scoppiata questa follia. Non ne ho mai parlato troppo, di sicuro non ne ho scritto così tanto. E adesso invece lo faccio, con nome e cognome suo e mio. E lo spargerò ovunque. Perché primo non so resistere a una sfida (mi ammazza lui… come cazzo ti chiamano al quartiere, Er Freddo?), secondo perché io ho tutto da guadagnarci. Raramente mi sono sentito più sicuro di me, delle mie ragioni e delle mie forze. Terzo, perché non è la cosa più intelligente da fare. Dovrei lasciarlo perdere, ignorarlo e pensare alla mia vita, alle persone che ho conosciuto adesso e tutto l’affetto che sanno darmi, invece che incagliarmi ancora nei vecchi dissapori.  Il problema è che io ho creduto follemente a quest’uomo, a questo Verme, ci ho creduto per anni. E la delusione, il dolore e il tradimento, non sono fuochi che io posso ignorare, non dopo appena un anno.

Dire che, dinanzi a Giordano Paracini, Francesco Crescenzi è un VERME, non è la cosa più intelligente, ma di certo è la cosa più giusta.

Nemo me domat, generale.